• Andrea Zarattini

Qualcosa di nuovo in riva al Po.

Non ho mai approfondito l’argomento Lambrusco, semplicemente perché non ho incontrato la bottiglia o la persona che mi stimolasse a farlo.

L’anno scorso ho avuto modo di lavorare assieme a Fabio Zappellini, mantovano, enologo, schietto e cortese. Fabio di mestiere vende vino, principalmente proveniente da territori diversi dal suo.

Conoscendo il mio deficit pensai fosse la persona giusta per aprirmi l’orizzonte sul Lambrusco. Durante un pranzo gli chiesi di ordinare tre bottiglie che rappresentassero trasversalmente la denominazione. Assaggiai tre vini che esprimevano una realtà eterogenea, fatta di stili ed intenti molto differenti.


In quella circostanza Fabio mi confessò di avere intrapreso un progetto personale che lo avrebbe visto assumere finalmente i panni del produttore di vino e lo avrebbe riportato alle origini famigliari. Il suo è uno degli innumerevoli esempi di trenta/quarantenni che impiegano il proprio tempo libero per gettare le basi di un lavoro che non sia unicamente redditizio ma anche (soprattutto) realizzante.


Ciò che mi colpii del suo progetto furono le idee chiare sulle priorità. Fabio decise di ripartire tempo e risorse in egual misura tra agronomia, cantina e marketing. Alla base l’idea di una naturale corrispondenza tra ciò che sta dentro e fuori la bottiglia.


Innanzitutto la scelta del terreno. Un fondo completamente vergine, molto differente dalla tipologia solitamente preferita per il Lambrusco. Un’ansa del Po con soli depositi di limo e argilla (cosa fondamentale per le caratteristiche finali del vino). Molta attenzione alla salubrità della pianta lavorando sull’equilibrio di funghi e batteri presenti in vigna.

In cantina il minimo indispensabile, controllando meticolosamente il comportamento del vino senza utilizzare strumenti o interventi che incidano fortemente sul risultato finale.

Gli sforzi non sono stati unicamente diretti a fare uva e vino di qualità, ma anche a particolari solitamente considerati secondari dalle piccole cantine: grafiche, collocazione di prezzo sul mercato, linea editoriale del lancio…. Particolare non indifferente, i budget di Fabio non sono Hollywoodiani.

Questa bottiglia di Lambrusco comunica garbo sin dall’inizio. E’ prevedibile un vino curato da una bottiglia curata, mentre si attende un prodotto grossolano dietro un’etichetta approssimativa. Purtroppo il popolare Lambrusco è un vino particolarmente adatto a questo tipo di collegamenti, visto che è sempre stato comunicato facendo leva sulla quantità più che sulla qualità.


Veniamo alla stappatura, la differenza dalla media è evidente. Niente zaffate di fragola o mosto, subito misura e precisione. Frutti piccoli, scuri e amari bilanciano le sensazioni vinose. Le sfumature minori fanno la differenza: pepe, violetta, rose e prugna. Io parlerei di goduriosa effervescenza, ovvero la sensazione data dalle bolle, non troppo grosse o troppo piccole, che solletica e diverte palato e gola. Il sorriso parte automaticamente. La chiusura è pulita, profumata (ciliegia e prugna), elegante e soprattutto leggermente minerale. La vera differenza si avverte a bocca vuota, quando la sensazione di pulizia e freschezza si associa agli aromi fruttati dell’ultimo sorso.


In estrema sintesi questa bottiglia racchiude un vino molto buono. Il lavoro è stato impostato per avere un VINO, semplicemente VINO, con un’architettura di frutto, freschezza e beva che funzioni a prescindere dalla tipologia specifica.

Da qualsiasi parte si guardi questo Lambrusco esprime una certa armonia. Io non sono un esperto di vini mantovani ma certamente La Fiuma si distingue per stile (non solo estetico) da buona parte di quello che ho assaggiato nella zona.

E quindi? Per la prima volta ho voluto sei bottiglie di Lambrusco nella mia collezione, perché ho sentito equilibrio e finezza. C’è qualcosa di nuovo in riva al Po'.


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